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A cura del Gruppo  di lavoro di Obra è iniziata la fase di ripristino della zona sul Monte di Mezzo sul percorso G.G. 06.




 



RACCONTI DI GUERRA

 

Mario Parmesan riferisce i racconti della nonna Amabile.

Ci avviciniamo al centenario della grande guerra del 1915- 18 e la Fondazione Vallarsa ha lanciato l’idea di fare qualcosa per questa ricorrenza; fra le tante cose che pensano di fare mi è piaciuta quella di raccogliere racconti, storie, avvenimenti di quegli anni qui di Vallarsa .

Io sono nato in tempo di guerra, ma nella seconda guerra mondiale; la mia infanzia e il tempo della scuola elementare che ho fatto qui ad Obra erano gli anni a cavallo del 1950 e a quegli anni risalgono i miei ricordi di racconti di guerra perché, nonostante la vicinanza della seconda, gli anziani di allora parlavano più spesso della guerra 1915 – 18 .

Della seconda ricordavano i 3 giorni della ritirata tedesca.

La persona che ho sentito raccontare di più è stata certamente mia nonna Amabile: la chiamavamo nonna Getele, e Lei li ha veramente vissuti quei disagi. Chissà quanti racconti, fatti, episodi che ho sentito e che ora non ricordo più, mentre mi sono fissati nella mente solo quelli che ho sentito raccontare più volte.

Vorrei, prima di cominciare a raccontare, fare un elenco e dare un titolo a ogni racconto che poi farò:

Il giorno dopo

La convivenza

Dove sono stati i primi scontri

Un fatto che è successo

L’esodo

Che fine avrà fatto

Licenza militare

Quattro anni

Primo ritorno

I recuperanti

Un anno dopo

La macchinetta fotografica

Un reduce

Il giorno dopo la dichiarazione di guerra

Ad Obra nel maggio del 1915 la guerra era sulla bocca di tutti; se ne parlava tanto perché era già un anno che una dozzina di nostri paesani erano sul fronte russo a combattere con l’Austria: teniamo presente che a quei tempi il Trentino faceva parte dell’Impero Austroungarico.

Era una bella giornata di maggio ore 8 o 9 del mattino, i Giobreri sentirono due cannonate arrivare su in Val di Fieno (poi si saprà sparate da un cannone di medio calibro dal forte Maso sopra S. Antonio): tutta Obra a guardare verso il passo Pian Delle Fugazze. A quei tempi la costa che sale dal passo verso il Pasubio era tutto un ghiaione e ancora oggi chi si trova sulla linea di confine tra Trento e Vicenza e guarda verso il Pasubio li vede ancora; ecco, da quei ghiaioni migliaia di soldati Italiani sono entrati in Vallarsa, saranno stati talmente tanti che da Obra hanno visto i ghiaioni cambiare di colore, in verde cachi, e allora dalle bocche dei più anziani che forse sapevano qualcosa (ecco che arriva i taliani)

La convivenza con i soldati Italiani accampati nei prati di Obra

Non so se ancora quel pomeriggio oppure il giorno dopo i Giobreri hanno visto arrivare le prime pattuglie italiane: avanzavano guardinghe lungo i bordi dei prati ai margini dei boschi; piano piano sono arrivati in paese. La prima cosa che hanno chiesto è stata dove sono gli Austriaci; in seguito è arrivato anche il grosso dell’esercito, plotoni interi e si sono accampati sulla Laita, sotto al cimitero, là dove ora c’e il villaggio ai Laresi. I Giobreri mugugnavano: “ fra un mese incomincia la fienagione, come si fa con l’erba tutta calpestata?”. Tutti questi soldati non salivano, su in mezzo alle caserme ci veniva qualche ufficiale con la sua scorta a chiedere a parlare con la gente.

 

Dove sono stati i primi scontri fra i due eserciti fra i due eserciti qui in valle

I primi morti fra i due eserciti qui in Vallarsa sono avvenuti giù alla Busa in uno scontro fra due pattuglie e io questo racconto l’ho sentito raccontare dal Signor Riccardo dei Anghebeni che era presente e l’ha vissuto all’età di 4 –5 anni. Il Signor Riccardo lo stava raccontando ad altre persone della sua età, io giovane quattordicenne ho seguito quel racconto con interesse. Riccardo raccontava così: “Io giovanissimo, un giorno, era di pomeriggio mia madre mi dice vieni che andiamo a trovare la zia alla Busa; dopo aver preparato qualcosa che le doveva portare ci incamminammo da Anghebeni dentro per la valle dei Focsi poi al Prugnele fino qua alla Corte da li giù per quella strada tutta selciata e in discesa, in fondo c’era un torrente e abbiamo attraversato un ponte di legno dopo un po’ siamo arrivati in un grande prato e là contro la montagna una casa , erano li i nostri parenti. Lì io trovo una coetanea, la Alma con la quale trascorro qualche ora giocando li attorno. Ad un certo punto ricordo che il sole era tramontato da un bel po’ , alla mia vista comparvero i soldati, con quei lunghi fucili sulle spalle e parlavano con mia madre e i parenti, saranno stati 5 –6 italiani, e dopo tanti anni ho saputo che sono scesi alla Busa dalla Parrocchia “. “Ma veniamo al fatto, eravamo tutti lì davanti alla casa con questi soldati poi entriamo tutti dentro casa, si vede che i nostri parenti avranno offerto loro qualcosa. E di lì a un po’ è successo un finimondo, spari, urli, i vetri della finestra in frantumi, ho visto un soldato cadere attraverso la tavola; io dopo questo trambusto mi sono trovato sotto ad una panca; poi noi bambini ci hanno portato fuori.

Allora per gli anni a venire ho chiesto cosa sia successo quel giorno, mi è stato detto che là in fondo al prato nascosta nel bosco c’era una pattuglia tedesca e che ha aspettato che fossimo tutti dentro casa per poi correre appresso e sparare attraverso la finestra; devono aver avuto anche loro dei feriti perché i soldati italiani che erano sulla porta sono riusciti a rispondere al fuoco, ma gli italiani hanno avuto 2 morti e un ferito. Mi piacerebbe andare a trovare la Alma, quella bambina che era presente; so che vive ancora ed è alla casa di riposo di Rovereto, so che si entusiasma tutta nel ricordare questi fatti so questo perché conosco suo figlio.

Un fatto che è successo ad Obra a una famiglia di Obra


Un giorno in mezzo alla contrà dei Zendri c’è un capitano che parla con la gente, chiede se c’è qualcuno che sa la strada per andare a Passo Buole. Il papà del Geremia, credo si chiamava Alfonso, gli risponde: è, tutti qui conoscono quella strada e l’ufficiale:” bene domani mattina trovati qui che ci farai da guida”. Quella notte è piovuto, al mattino come d’accordo si trovano il capitano con un drappello di soldati e Alfonso che ha promesso di fare da guida per andare a Passo Buole. Quella notte Alfonso ha dormito poco, ha incominciato ad avere paura perché sapeva che anche gli Austriaci facevano lo stesso: dal forte di Pozzacchio mandavano dentro per la valle delle pattuglie per vedere se arrivavano gli italiani; e se le due pattuglie si incontravano? Per di più una volta incamminati il capitano lo manda proprio davanti a fare da apripista, a quel punto la paura è tanta e pensa a scappare; allunga il passo in modo d’avere un po’ di vantaggio e aiutato da un po’ di nebbia bassa su un dosso del sentiero salta giù per il bosco di corsa; i soldati si accorgono e gli gridano “ferma – ferma” e sparano qualche colpo in aria ma lui corre giù – giù fino ai Bruni. Il giorno dopo Alfonso e il capitano si rivedono e l’ufficiale chiede spiegazioni. Alfonso gli risponde “ho avuto paura , se incontravamo i tedeschi ero io il primo a morire là davanti”; L’ufficiale fa rapporto e segna sul suo verbale. L’Alfonso e tutta la sua famiglia vengono segnalati come anti Italiani. Da questo fatto la famiglia di Alfonso verrà spedita più lontano tutto il tempo da profughi ( in Sardegna ) .


L’esodo “via – via tutti che qui arriva la guerra”

Mia nonna Amabile è morta nel 1968 ed era vicina alla soglia dei 90 anni, quante volte l’ho sentita raccontare “quando ghen dovesto andar via”. Per capire bene il disagio di quella partenza affrettata bisogna conoscere la situazione della sua famiglia. Allora aveva il marito in guerra sul fronte Russo; il nonno Davide lì a casa, il nonno Filippo vecchio che non camminava più e poi 6 figli: zio Enrico aveva 14 anni Gisella 12 mia madre Rosina 10 Valeria 6 Ettore 4 e Pierina 2 . Quel giorno _ che non ho mai saputo la data - i soldati entrarono in tutte le case dicendo che bisognava andare via tutti. E la gente: “adesso subito? come facciamo, lasciamo qui tutto? si sarebbe dovuto dirlo qualche giorno prima! I soldati, visto la gente cosi titubante hanno incominciato ad alzare la voce: “via – via tutti che qui arriva la guerra” anche la nonna Amabile ha provato ad opporsi “come faccio con il nonno che non cammina e tutti i figli?” Si fa avanti un ufficiale e dice “va bene, ti do due soldati a portare il nonno ma tu - rivolgendosi al figlio più grande - conosci bene tutte le stalle del paese, con i miei soldati andate e fate uscire tutte le bestie capre, pecore e le vacche; le galline e conigli lasciateli. Da quell’ordine mio zio Enrico e Zendri Rodolfo e Cobbe Fortunato, suoi coetanei, seguiranno la mandria del bestiame di tutta Obra assieme ai soldati. A questo punto del racconto veniva spontaneo chiedere “e tu nonna cosa hai fatto?”, e la nonna, “la prima cosa ho recuperato quei pochi spiccioli che tenevo in un barattolo sopra il camino poi, preso un sacco, ci ho messo le cose più importanti (prevalentemente indumenti da vestire per avere da cambiarsi) poi ad ogni figlio gli ho fatto un fagotello dicendogli tu porta questo, fino alla Valeria che aveva 6 anni e nel suo fagotello avevo messo un pezzo di formaggio, saranno stati 2 kg di peso. E cosi ci incamminammo giù per la Voltàalonga: una processione, c’era chi non ce la faceva a portare tutto quello che aveva preso, chi ritornava indietro a prendere altre cose; mi ricordo la famiglia Broz, detta i Livelli, avevano in cucina una bella serie di bronzi e i secchi per l’acqua di rame sempre bei lucidi e dispiaceva lasciarli: si sono messi in fretta e furia a fare una buca nell’orto e li hanno sepolti; hanno fatto bene, quando siamo tornati erano ancora li.

Cammina, dai, forza, il primo tratto fino ai Speccheri è tutto in discesa ma io aiutavo un po’ uno e un po’ l’altro; anche il mio sacco era pesante.

Quella che chiedeva più aiuto dei miei figli era la Valeria con il formaggio -“mamma pesa troppo”- e io a farle coraggio, siamo arrivati ai Speccheri; incominciamo la salita verso Camposilvano e li si faceva più fatica, la Valeria ogni 10 m. lo metteva a terra –“mamma non ce la faccio più “- e io “dai ancora un po,’ dopo ci riposiamo”.

Per l’ennesima volta –“mamma non ce la faccio”- mi vien da rispondere “ma buttalo via allora” sperando però che non lo facesse, ma non ebbi finita la frase che plenfete il formaggio finì nel torrente Leno . Arrivati a Camposilvano, era già sera, il paese vuoto erano già sfollati, la prima notte ce la fanno passare li , gli uomini hanno fatto per cena collettiva una grossa polenta ( ecco con che cosa mangiamo la polenta adesso).Il giorno dopo ci fanno proseguire fino alla Stella Alpina e li c’erano i camion con i quali ci hanno portato a Legnago sotto Verona.

A Legnago, oh che brutto periodo!: ci hanno messo sotto ad una grande tettoia fatta ad U e dormivamo per terra sulla paglia , prima di noi sotto a questa tettoia ci facevano la fiera del bestiame, dopo un po’ di giorni incominciammo ad ammalarci, pieni di pidocchi, il tifo, in poco tempo di Giobreri ne sono morti più di 20 fra vecchi e bambini, anche il nonno Filippo e morto lì, finche le autorità si sono dette, “se questa gente rimane ancora qui muoiono tutti”; allora si sono dati da fare, ci hanno trasferiti a Varazze in Liguria in un grande ospizio e li siamo rimasti fino alla fine della guerra”.

Nel cimitero di Legnago su una parete di marmo ci sono tutti i nomi dei nostri Giobreri; qualche anno fa come Parrocchia di Obra siamo scesi a restaurare questa grande lapide.

Che fine avrà fatto la manzetta del Fransele?

Zio Enrico uomo saggio, ha trascorso tutta la sua vita in quel di Obra facendo il contadino e d’estate su in malga a fare il formaggio; nel tempo ha acquisito professionalità nella cura e mantenimento del bestiame, tanto che in paese lo chiamavano quando c’era qualche bestia ammalata o doveva partorire. Di quel giorno che ha aiutato i soldati a sciogliere e far uscire dalle stalle tutte le bestie è stata per lui come un’avventura, si sentiva importante perché i soldati chiedevano a lui come fare. Una punta di rammarico si sentiva quando raccontava della manzetta del Fransele che ha dovuto abbandonarla giù nei prati attorno alla chiesetta di S. Teresa ai Speccheri. Questa manzetta non voleva proprio saperne di andare avanti, scappava indietro per ritornare nella sua stalla, “l’ho ripresa una - due volte” diceva “fino la ai Pezzati, finchè anche un soldato mi dice “ma lasciala lì allora”; a malincuore la lasciammo lì. Che fine avrà fatto ? Sens’altro l’avranno mangiata i soldati.

 

Licenza militare di un Kaiseriegen

Sentite la storia del Bepi. Nel 1914 el Bepi è chiamato a militare e va in una caserma vicino a Vienna, e dopo l’addestramento va al fronte, viene ferito leggermente ad una mano e riceve una licenza.

Arriva in Vallarsa che è già per metà occupata dagli Italiani; la sua famiglia è già sfollata a Legnago, non sa cosa fare e pensa: “per me la guerra è finita, mi presento agli italiani”; Cerca un ufficiale e gli dice: “io sono un Kaiseriegen e sono quì in licenza” e l’ufficiale “Cosa vuoi da me?” “niente – niente, basta che non mi fai prigioniero”. Si mette in borghese, scavalca il Passo e raggiunge la sua famiglia a Legnago; e nessuno lo cerca più , in Italia non sanno chi è, e in Austria non sanno che fine ha fatto .

 

Tre anni da profughi

Non mi sono giunti racconti importanti di quegli anni passati a Varazze; mio padre ne parlava poco, so che ha finito le scuole elementari là, ma se non andavano a scuola erano sempre giù al mare; hanno imparato a nuotare e fare i tuffi dalla scogliera. Il papà del Nello Broz si chiamava Desiderio; lui l’ho sentito una volta raccontare. “Eravamo al mare a giocare e fare il bagno e vedemmo là in alto mare una nave che bruciava e noi a ridere “adesso va giù”; ci hanno sentiti la gente del posto, ci hanno sgridato “cosa ridete, che là ci sono i nostri marinai”.

Un altro racconto del Desiderio. Un giorno ci fanno vedere un giornale “voi che venite dalla Vallarsa, guardate qua, che i nostri hanno conquistato la città del Gecche e attraversato il rio Rumini a nuoto” e noi a disdire tutto e ridere.

Comunque i Giobreri a Varazze penso siano vissuti dignitosamente; qualche famiglia ha trovato casa e lavoro dentro per la valle verso S. Pierdarena . Io qui in casa ho un lumino ad olio acquistato da mia nonna proprio a Varazze in quel tempo.

 

Primo ritorno ad Obra a guerra finita

Questo racconto è di mio padre, l’ho sentito raccontare più di una volta . A Varazze è diventato, un giovanotto ha fatto i 16 anni. La notizia della fine della guerra ha rimbalzato in fretta in tutte le famiglie dei profughi. Passa qualche giorno, le autorità non dicono niente, sono tutti impazienti di avere notizie della Vallarsa, in particolare di Obra.

Antonio dei Brozi chiede a mio padre, “Vigilio vieni che andiamo su a vedere come è ridotta la nostra Obra e la gente”, “si andate su poi tornate a raccontarci”. Fatto sta che pressappoco una settimana dopo finita la guerra, Antonio e mio padre, dopo aver messo qualcosa da mangiare nello zaino partono in treno. A Rovereto c’era ancora un trambusto di soldati ma a mano a mano che a piedi entravano in Vallarsa si avvertiva un gran silenzio; arrivati ad Obra non c’era proprio nessuno. Qui credo che mio padre non sia riuscito a trasmetterci quello che ha visto; si limitava a dire “i prati e i campi pieni di buche delle bombe, reticolati, paletti a ciorciolo schegge, bombe inesplose dappertutto; le case tutte rotte, erano poche con il tetto . Antonio con un quaderno in mano si è messo a girare per le frazioni a fare un censimento dei danni alle case per poi riferire ai proprietari una volta ritornati a Varazze. Anche mio padre viene qui ai Roipi a guardare la sua casa: le mura erano intere ma manca i solai e il tetto; è li che osserva la sua casa e sente un tam – tam ritmico che proveniva dal vicino ruscello; incuriosito va a vedere cosa c’è , che meraviglia ! Questo si ce l’ha spiegato bene. C’era un uomo di legno tutto snodato, rappresentava un fabbro che batteva sull’incudine, il tutto azionato dall’acqua con una ruota di mulino al posto dell’incudine un bidone di latta per far risuonare i colpi del martello. A sentir mio padre, un’opera d’arte, eseguita dai soldati nel tempo libero. .Dopo aver curiosato un po’ dappertutto sono ritornati a Varazze. Il ritorno delle famiglie è avvenuto gradatamente.

 

Un anno dopo a pascolare le capre

Sarà stata l’estate del ‘19 oppure quella del 1920, il paese di Obra si stava riprendendo, tutti a lavorare nella sistemazione delle case; chi l’ha avuta proprio distrutta ha ottenuto degli aiuti per rifare i muri; per rimettere in piedi le stalle ci sono voluti 3 – 4 anni per le mucche, mentre per la capra è stato più facile. Tutte le famiglie per avere un po’ di latte si sono comprate le capre, anche la mia mamma a quel tempo portava a pascolare le capre; assieme ad altri erano solita andare là in quei boschi ampi sopra la Riva e per arrivarci dovevano attraversare il rio Rumini, come si sa zona di aspre battaglie; dalla sponda destra si vede ancora la trincea Italiana su quella sinistra quella Tedesca su – su fino sotto le rocce del monte Bante e Foccole . Una volta al rientro di questi pascoli lì vicino all’acqua del rio Rumini una delle sue capre salta su sopra il sentiero e sale su per un bosco di mughi, inutili i richiami per farla scendere: la zona è un po’ impervia, il terreno ripido con questi mughi e qualche larice; mia madre si arrampica per una quindicina di metri e lì trova un soldato Italiano morto insepolto. A questo punto il racconto di mia madre si fa pietoso nei confronti di quel povero soldato: “era lì seduto con la schiena appoggiata ad un larice, a fianco il suo zaino aperto, dal quale ha preso un santino della Madonna, l’ha appeso ad un rametto e con le mani giunte avrà detto una preghiera e lì, senza gridare aiuto, solo ferito, è morto lì da solo” .

 

I recuperanti - quanti morti -

Proprio in questi giorni la provincia di Trento, nella sala di rappresentanza della Regione, ha aperto al pubblico la scheda caduti trentini della prima guerra mondiale; per la Vallarsa, risultano una settantina circa che hanno dato la loro vita combattendo con l’Austria. Allora, se questa cifra è attendibile, io da piccolo in su ho sempre sentito dire che ne sono morti ancora di più dopo nel fare i recuperanti. Anche qui sarebbe bello riuscire a fare un elenco e in che circostanze sono morti. Io ne so diversi di questi fatti, ma non me la sento di raccontarli, fanno venire i brividi, sono tutte storie di persone dilaniate da questi scoppi tremendi; come quello, sulla Zugna Torta, che voleva scaricare un 420; di quella persona non hanno trovato più niente, dopo lo scoppio: aveva con se una livera, e quella è andata a finire in un campo a Trambileno. Uno di questi fatti lo voglio raccontare perché l’ha vissuto mio padre e lui ce l’ha raccontato:

bisogna sapere che nella zona della Vallarsa e tutto il Pasubio la concessione di raccogliere tutto il ferro e i residuati bellici ce l’aveva una ditta di Rovereto – Briata - la quale ha assunto tanti operai fra i quali anche mio padre. Per pulire la zona del Cosmagnon hanno montato una teleferica che scendeva in valle dei Focxi in località detta al Santo; questa teleferica aveva la stazione a valle un centinaio di metri sopra la carreggiata dove arrivavano i camion per caricare tutto quel ferro; mio padre e un certo Zoner dei Focsxi avevano il compito di scaricare la teleferica e con una grossa slitta scendevano per un tovo fino alla carreggiata. Il lavoro era così su e giù con questa slitta a portare in basso tutta questa ferraglia e succedeva che sul carrello scendevano delle bombe ancora cariche, inesplose e le mettevano in disparte per poi consegnarle ad un artificiere che le faceva brillare tutte assieme, per poi recuperarne le schegge .

Un giorno sul carrello che scende da Cosmagnon c’è una bomba bella grossa, con la vera di rame più larga; il compagno di mio padre dice: “questa dopo finita la giornata gli levo il rame”; lavorano tutto il giorno, mio padre parte con l’ultimo viaggio con la slitta carica , giunto in fondo alla discesa, come il solito mette la slitta su di un fianco e mentre ribalta tutto quel ferro, uno scoppio tremendo, sassi, schegge, fumo, lì per lì mio padre ha pensato “c’era una bomba sulla slitta” e corre a ripararsi sotto a una roccia; finisce di cadere sassi, va via un po’ di fumo.

Mio padre chiama il suo compagno una volta – due volte, sempre più forte; non gli risponde più nessuno.

 

La macchina fotografica: quanti rullini!

Era l’estate 1952, io allora undicenne cominciavo a conoscere i nomi delle località qui attorno al paese; i primi nomi che si imparano sono i nomi dei campi e i prati della famiglia. Un giorno mio fratello Gianni che ora vive in Australia ed è sei anni più grande di me, rientra a casa con una fascina di legna e delle strane cose che mostra a tutti.

“Ma dove le hai trovate?”, e lui “là sul fondo delle Alborele” io mi incuriosisco “ma dove è questo posto” e uno dei miei famigliari mi spiega “la di là della valle dei Rumini e poi su fin sotto le rocce della Bante, li è la località fondo delle Alborele. Questa località si trova sul retro di un altro posto ben conosciuto qui in paese che sono i Testi, località che nella guerra si è tanto combattuto, anche ad arma bianca, praticamente è il punto più a sud qui in Vallarsa che l’Austria ha raggiunto con la Straffenspedizion; si racconta che lì essendo tutta roccia i morti li bruciavano . Ma veniamo a quello che ha trovato mio fratello. Era uno zainetto militare, un tascapan, - quella borsa con una cinghia da mettere a tracolla -, tutta sgualcita, mezza marcia, piena di rullini fotografici; c’era anche la macchina fotografica, di quelle che si allungava l’obiettivo a soffietto; che incoscienti siamo stati: per gioco e curiosità li abbiamo srotolati per vedere cosa c’era dentro, “guarda – guarda qui si vedono le figure, guarda contro la luce”. Che peccato, se fosse aver portato tutto a Rovereto da un fotografo , quante foto di guerra si sarebbe recuperato. Secondo me lì c’era un fotoreporter militare e probabilmente è morto anche lui.

 

Il racconto del reduce a Passo Buole

Negli anni 70 andavo quasi sempre alla festa a Passo Buole, la prima domenica di luglio, che è la ricorrenza di una battaglia memorabile. Ricordo che in quegli anni a questa ricorrenza c’era sempre qualche reduce; questi vecchietti che hanno combattuto li : Queste ricorrenze sono tutte eguali , organizzate dal gruppo alpini di Ala , la S. messa , la fanfara , il discorso delle autorità, Quella volta ho avuto la fortuna di trovarmi vicino a un reduce, che veniva da Mantova e finita la cerimonia, questo vecchietto con il suo bastone storto si incammina là per la trincea , tutta la gente gli va dietro e continua a fargli domande, lui risponde e spiega “qui c’era questo là c’era quello”. Ad un certo punto dice “sentite questa, un giorno faccio parte ad un trasferimento di materiali vari destinati allo Zugna, saranno stati 50 muli carichi tutti in fila , passiamo proprio di qui proseguendo verso lo Zugna, vedete la mulattiera che diritta che è e pulita senza bosco?” “eravamo proprio là che arriva uno di quei useloni (aereo tedesco ad ala doppia ) ci fa un giro sopra poi si abbassa e mitraglia tutta la colonna; dopo se ne va verso il Pasubio, non vi dico lo scompiglio della colonna, c’è stato qualche ferito, abbiamo riaggiustato i carichi dei muli”; “avevamo appena ripreso la marcia che arriva un’altra volta, altra mitragliata poi va verso il monte Altissimo; a questo punto il comandante ci ordina “lasciate stare i muli, venite quà”. Sopra la mulattiera c’era una vecchia trincea dismessa, dentro la trincea a pancia terra e tutti con il 91 spianato contro il cielo “vedrai che se ritorna..” difatti dopo aver fatto un giro sul monte baldo eccolo che arriva: il comandante ci raccomanda di sparare al suo ordine, ha aspettato che sia a tiro utile e poi fuoco. L’aeroplano Austriaco ha incominciato a barcollare ed è andato a cascare là sopra la Parrocchia di Vallarsa.

Mi è rimasto il ricordo di questa espressione -barcollare - mentre a braccia aperte faceva il motto di ondeggiare.

Termino qui questi miei racconti che a sua volta ho ascoltato dai miei genitori e nonni, sperando di esser riuscito a trasferire a chi legge una parte dei disagi e emozioni della gente di Vallarsa di cento anni fa .

 

Mario Parmesan

 










 

 
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